Perché un memoriale? Perchè la memoria?
Perché ricordare?

Ce lo domandiamo spesso. Anche dopo la più grande delle tragedie la vita continua.

E guardare avanti è un obbligo, una necessità. La civiltà del diritto non prescinde dall’oblio, ma non per i reati di genocidio.
La Shoah è la tragedia.

L’unico progetto tentato finora, concepito nel cuore dell’Europa più civile e colta, con lo scopo di eliminare un intero popolo. Non ha eguali, ma non si può dire che semplicemente per questo non possa ripetersi. La memoria è un dovere morale, un impegno civile. Se rituale è inutile. Se strumentale, persino pericolosa. Se scolora nella banalità allontana la percezione del dolore, l’immensità del sacrificio, la forza dirompente di quei corpi senza carne, di quei volti muti e sofferenti, eppure così dignitosi.

La memoria autentica scongiura la formazione di un vuoto alle nostre spalle. Attenua quella comprensibile tendenza alla rimozione del passato che toglie gradatamente senso agli avvenimenti, spingendoli nel pozzo della storia fino a confonderli con tanti altri.

Il ricordo è un esercizio salutare: apre la mente e i cuori, ci fa guardare all’attualità con meno pregiudizi e minori ambiguità.

Il ricordo è protezione delle suggestioni ideologiche, dalle ondate di odio e sospetti.

La memoria è il vaccino culturale che ci rende immuni dai batteri dell’antisemitismo e del razzismo. Purtroppo ancora diffusi in un mondo nel quale c’è ancora chi nega il diritto a esistere di Israele e persino lo stesso Olocausto.
Chi ha conoscenza critica della storia trova più facilmente il buon senso e la saggezza della quotidianità; non fatica a comprendere o ad accettare chi ha etnia o religione diversa dalla sua. Chi ha buona memoria è un cittadino migliore.Un educatore più attento.
Il Memoriale viene aperto settantacinque anni dopo la promulgazione delle leggi razziali italiane che, come ha ricordato il Presidente Napolitano, prepararono l’Olocausto anche in Italia e suscitarono orrore negli italiani rimasti consapevoli dei grandi valori della nostra tradizione civile e culturale.

"Per la minoranza ebraica italiana - scrisse De Felice - la persecuzione colpì tanto più quanto inaspettata".

"Come faccio a spiegare ai miei bambini - ricordò Memo Bemporad - che non possono più andare a scuola con i loro amici? Ci ho provato, ma alle loro domande non so che cosa rispondere". Furono poche le domande e pochi i dubbi allora. L’orrore e la tragedia erano già seminascosti nel tranquillo autunno di un’Italia ancora serena e ignara del proprio destino.

Era un venerdì di metà novembre del 1938, quando sulla prima pagina dei giornali apparve l’annuncio dell’approvazione delle leggi per la difesa della razza. Nello stesso giorno, in un piccolo riquadro c’era la notizia dell’assegnazione del Nobel per la fisica a Enrico Fermi, che lo ritirò e non tornò più in Italia.

Non tornarono più anche molti ebrei milanesi.

Ma non tornarono più da Auschwitz. Erano partiti, in più di 600, dai sotterranei della Stazione Centrale, una mattina fredda e nebbiosa del 30 gennaio del 1944, in una Milano tranquilla e ancora addormentata. In dicembre, dallo stesso binario, ne partirono altri 250 e fino al maggio del 1944 molti ancora da lì furono deportati e uccisi.

In quei sotterranei oggi sorge il Memoriale della Shoah.
Per ricordarsi di ricordare.

Ferruccio de Bortoli
Presidente
Fondazione Memoriale della Shoah di Milano ONLUS
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memoriale della shoah - binario 21
 
L’identità visiva del Memoriale è stata realizzata da B&P Design.
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